Luceri tra l’informale e… Beckett

DiStaff

Luceri tra l’informale e… Beckett

ANXA Anno IX – N.1/2 gennaio- febbraio 2011

ANTONIO LUCERI In nome del senso e dell’essenza (tra l’Informale e …Beckett)

di Anna Stomeo

Sulla scena artistica da un cinquantennio, Antonio Luceri, pittore europeo e salentino, come ci piace definirlo, continua, con le sue opere, ad intrecciare arte e vita, ponendoci di fronte a forti sollecitazioni percettive che si fanno riflessione e dialogo spontaneo e non sottaciuto con l’artista, senza mediazioni di sorta. “Raccontarsi per immagini”, come recita della sua ultima personale, curata di Toti Carpentieri, che si è tenuta a Martano nel dicembre 2010 (e che replicherà, dal 5 aprile al 5 maggio 2011 a Lecce, nell’ex convento ai Teatini, per toccare poi le principali città italiane), non è per Luceri un esercizio di narrazione autobiografica (anche se la mostra raccoglie opere prodotte tra il 1975 e il 2010) perché Luceri ha chiesto e chiede alla pittura qualcosa di inusuale e inedito che va al di là della mera rappresentazione autobiografica o descrittiva per farsi vera e propria produzione di realtà, attraverso visioni che superano le convenzioni e le credenze. Vedere, infatti non è propriamente rappresentare, come insegnano sia l’antico platonismo filosofico che il moderno espressionismo pittorico, e come Luceri sembra intuire e affermare con le sue opere, tutte intrinsecamente attraversate da una sorta di inquietudine che non è soltanto esistenziale e soggettiva, ma collettiva e culturale, cioè capace di coinvolgerci tutti nella specificità della pittura, oltre ogni generico discorso sull’arte.

Luceri infatti stabilisce con il mezzo espressivo pittorico un rapporto duttile e mutevole, muovendosi con leggerezza tra le diverse tecniche e modalità operative (dal collage al materico, dal pennello alla carta, al carboncino, alle stagnole) e sfidandosi a sempre nuove sperimentazioni di materia e di colore. E tutto ciò al di là qualsiasi preventiva adesione a collocazioni di scuola, alle quali tuttavia Luceri non si è mai sottratto sul piano della personale auto riflessione, se è vero che l’artista non nasconde la suggestione tutta emotiva che avrebbe prodotto in lui, sin dagli esordi, la conoscenza delle avanguardie storiche, dal cubismo all’espressionismo, sollecitandolo a cercare un proprio stile e un proprio modo di rapportarsi alla creazione artistica, secondo tecniche e compenetrazioni sempre più personali e sofferte, finalmente svincolate dall’obbligo dei riferimenti testuali. Questi ultimi, infatti, se ci sono, finiscono per coincidere con una esplicita vocazione insieme salentina ed europea, come sopra si accennava, giacché Luceri ama inseguire tutte le possibili affinità tra le ispirazioni e le inquietudini dei due orizzonti culturali che gli appartengono, quello salentino con i suoi colori e i suoi rimorsi, e quello europeo, artistico e novecentesco, come consapevolezza critica e ansia di sperimentazioni. La suggestione non iconica di alcuni input persistenti (come i richiami al paesaggio nell’olio su tela del 1995 Memorie del Sud o ad alcuni topoi dell’immaginario griko-salentino come le prefiche) si spoglia di qualunque valenza nostalgico-primitivista per farsi costruzioni di molteplici potenzialità espressive ed interpretative. In altri termini, salentino ed europeo insieme, Luceri lo è, a nostro avviso , perché avverte e comprende l’impossibilità ‘storica’ di una pittura che, legandosi al figurativo, si pretenda priva di connotazioni culturali e di richiami alla contemporaneità.
Pur fortemente attratto dal contesto ‘locale’ e dai suoi contenuti iconici, Luceri si sforza, sin dagli esordi, di guardare anche oltre, affinando il mezzo espressivo pittorico fino a farne uno strumento di conoscenza e di confronto culturale. Al contrario, ci sembra, di tanta recente ‘pittura’ locale che continua ad inseguire, in modo “ovvio e .ottuso”, per dirla con R. Barthes, un formalismo figurativo iconico decontestualizzato rispetto alle sollecitazioni del contemporaneo. Sotto questo profilo, l’artista martanese sembra invece aderire in pieno, al monito autorevole di Wassily Kandinsky che, nel suo Lo spirituale nell’arte (1912) aveva crudamente sentenziato:”Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti. Analogamente ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridare vita a principi estetici del passato può creare al massimo delle opere d’arte che sembrano bambini nati morti”. L’immaginario visivo di Luceri, ovvero il suo modo di “pensare” le immagini, è ampiamente influenzato dall’approccio visivo – percettivo, orientato alla ricerca delle relazioni tra i codici formali e gli elementi che organizzano il campo visivo, piuttosto che iconologico, cioè rivolto, invece, quasi esclusivamente alla lettura di valori simbolici e culturali, secondo la nota definizione di E. Panofsky. In questo senso le opere di Antonio Luceri sembrano inseguire l’obiettivo tipico delle avanguardie storiche: quello della ricerca di una modalità plastico-costruttiva del colore, assunto come elemento strutturale dalla visione. Si pensi, a questo proposito, alla lezioni del cubismo, ma anche e soprattutto del movimento pittorico dei fauves i quali, ai confine tra vecchio e nuovo, tra impressionismo e avanguardie, puntavano alla creazione di oggetti plastici cromatici che “come cartucce la definizione di André Derain, caposcuola dei fauves Ciò che qui in generale ci interessa sottolineare è il rapporto quasi ‘genetico’, di derivazione, che Luceri sembra stabilire con le avanguardie storiche, assunte come matrice imprescindibile, soprattutto nel metodo. In una lettera inviata nel 1975 al pittore salentino Ezechiele Leandro, suo amico fraterno, Luceri scrive che <> ancora in un’altra occasione dice di sé <>. La pittura nasce insomma quasi seguendo un istinto creativo-operativo imperscrutabile che si trasforma poi in atto estetico e in consapevolezza artistica. Diventa perciò inevitabile il richiamo a Kandinsky e al suo ‘fondativo’ Acquerello astratto del 1910, pietra militare dell’arte contemporanea e prima immagine del tutto non figurativa della pittura occidentale, dove l’autore russo si propone di ricercare l’origine della struttura primaria dell’operazione estetica nella costruzione delle forme, svincolata da condizionamenti naturalistici e descrittivi. In questo senso l’atto estetico, forse, non può che coincidere con un atto corporeo automatico, come gesto eseguito di getto, idea iniziale avvertita con il corpo e immediatamente (senza-mediazione) fissata con la mano sulla tela, al di là di ogni vincolo esplicativo, come ricerca spontanea dello stato primigenio della forma e del colore. Un percorso verso e oltre l’astrattismo, inteso come dimensione intrinseca dell’arte e come espressione dell’essenza della realtà, giacché, da questo punto di vista, tutta l’arte, proponendosi di cogliere l’essenzialità del reale, è fondamentalmente astratta. L’opera di Luceri, nello svolgersi diacronico che l’ultima personale si consegna, ci appare come un intenso procedere verso l’astrattismo informale, come un graduale svincolarsi dal figurativo e dal formale per liberarsi definitivamente, nelle ultime composizioni, da ogni stratificazione del segno in nome del senso e della essenzialità del colore e della luce.
Dalla plasticità scavata ed inquietante dei volti in Identikit Balcani (Profughi), olio su tela del 1975, alla semplificazione cubistica delle forme e delle figure nelle tele degli anni ’70 (da Ulisse e la maga Circe, due tele del 1976 e 1977, a Incontro tra religioni, 1977) fino alla svolta informale degli anni ’90 (Paesaggio mediterraneo, Ricordi di un pescatore, Abbrivio, Fremito del 1997) decisamente confermata negli anni 2000 (Oltre la pioggia 2000, Visitare luoghi 2007, La bella stagione 2008, Dalla mia finestra e Frammenti 2009) con suggestive ed intriganti accentuazioni del materico (Porta dell’Est 2004, Luoghi di culto 2007). Un essere nel proprio tempo da parte dell’artista, quasi a conferma dell’asserzione di Kandinsky sopra ricordata: un percorso che confluisce nel generale viaggio che tutta l’arte del secondo Novecento ha compiuto (e compie?) verso l’informale passando per l’astrattismo. La pittura senza forma, teorizzata nell’ambito dell’espressionismo astratto americano degli anni ’50 allo scopo di andare oltre l’astrattismo (che invece la forma aveva comunque riconosciuto, anche se geometrica e non naturale), ci appare come l’approdo spontaneo del percorso di Luceri. Pertanto non sembra improprio l’accostamento all’action painting di J. Pollock o di W. De Kooning, con la tecnica del dripping (gocciolamento del colore sulla tela come negazione della forma) e al materico di J.Fautier (con l’inserimento di materiali estranei). Sono le tecniche con le quali l’artista ci racconta il groviglio dei pensieri, dei sentimenti, delle angosce, come in Frantumo la mia ansia del 2007, anche attraverso parole scritte sulla tela e intrecciante alle macchie di colore, come in La lettera del 1995. Testimonianze di una storia esistenziale fatta di incontri, di viaggi e di visioni (come in Kruja…la pioggia del 1997), di memorie, di fermenti e di attese (come in Perché no! Del 2009 e in IE del 2010). Frammenti di discorso, oggetti sottratti all’immaginario personale per essere lanciati sulla tela, tra macchie di colore, parole, spazi bianchi e silenzi. È il ritmo tra macchie e colore, tra linea e forma, a guidare la pittura di Antonio Luceri. Un ritmo che sembra richiamare, attraverso una sorta di eco dell’informale, altre esperienze artistiche del secondo Novecento, dove le arti visuali si incontrano e interferiscono con le arti performative, e dove, originariamente, la pittura ha incontrato e può ancora incontrare il teatro, in un rapporto di reciproca codificazione. Pensiamo al teatro di Samuel Beckett che con la pittura informale sembra avere, a nostro avviso, non pochi punti di contatto, non solo di contemporaneità storica (i primi anni ’50 del Novecento), ma soprattutto per il comune uso della de figurazione, cioè della scomparsa della figura in pittura che corrisponde, in teatro, all’interrompersi della connessione tra parola e azione, tra narrazione e storia, tra attore e personaggio. In ogni caso nel rifiuto del simbolismo e della rappresentazione e nell’esaltazione della dimensione percettiva in nome della ricerca del senso oltre il segno e dell’essenza oltre la forma. Da questa prospettiva ci piace guardare alcune tele di Luceri che legano, per assonanza ed analogica, la tensione materica tra macchia di colore e sfondo alla tensione performativa tra parola e silenzio. Fino ad un unico intenso attrito, che si risolve e si scioglie (per la pittura informale come per la scena beckettiana), nella distensione della luce, come ultima possibilità e unico sbocco. I personaggi di Beckett si arrendono alla luce con lo sguardo, dopo un lungo permanere nella solitudine e si inchiodano nello spazio della scena per affermare che << Non siamo più soli ad aspettare la notte, ad aspettare Godot…>>. Come le macchie di colore sulle tele di Antonio Luceri. Note biografiche Antonio Luceri nasce a Martano (Lecce) nel 1939 e si trasferisce adolescente con famiglia a Roma, dove si diploma all’Accademia di San Giacomo nel 1958. Nello stesso anno, tiene la sua prima mostra alla Galleria “Il Buco” in via Margutta, e nel corso degli anni ’60 espone in numerose città italiane con grande successo di pubblico e di critica, incontrando grandi protagonisti dell’arte e della cultura, da Guttuso a De Chirico a Juliette Greco, a Eugenio Carmi, a Carla Accardi. Vincitore del primo premio nella V Rassegna Nazionale d’Arte Contemporanea di Roma, Panepinto Editore lo inserisce nel suo “Maestri contemporanei”, e Antonio Lalli Editore pubblica la monografia “Antonio Luceri”. Negli anni Ottanta espone nella Galleria “Il Vesuvio” di Amsterdam, e nel 1990 espone per prima volta a Martano sua città natale, per ritornarvi solo dopo diciotto anni con una personale nel Palazzo Ducale. Nel 1996è alla Galleria “Contemporarte” di Rende (Cosenza) e nel 2000 espone nella Galleria “Modern” di Zurigo. Una nuova mostra nell’Hotel President di Lecce nel 2008 e a Martano nel 2009. Ancora a Martano nel 2010 con la personale Raccontarsi per immagini: la figura, il gesto, il segno, il colore. Attualmente l’artista vive e lavora a Martano.

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