Memorie grecaniche di Augusto Benemeglio

DiStaff

Memorie grecaniche di Augusto Benemeglio

L’ANGOLO DELL’ARTE EspressoSud – giugno 2009

La pittura  di Antonio Luceri

Memorie  grecaniche di  Augusto  Benemeglio

 

Quando Antonio Luceri lascia il suo paese della Grecìa salentina (Martano)

ha solo tredici anni, viene a Roma con la famiglia e aiuta la baracca, facendo i mestieri più disparati. È l’epoca in cui Ernesto De Martino parla del Salento come la “terra del rimorso” e delle “tarantate”, e Tommaso Fiore del “popolo di  formiche”; l’epoca in cui i contadini e i braccianti pugliesi sono analfabeti, magri, denutriti, riescono a sopravvivere a stento, nelle condizioni più pietose e miserabili, completamente emarginati dalla società; l’epoca in cui le ingiustizie secolari si sono radicalizzate, istituzionalizzate, e non c’è nessuna prospettiva, nessun  futuro, nessuna speranza. Bisognava per forza emigrare.

Non si può rimanere in quelle terre antichissime, ricche di chiese barocche e romaniche, castelli, fortezze-masserie, cripte in tufo, muretti a secco, oliveti, giardini murati, ma anche terre dolorose, irte, ruvide, rocciose, pietrose, aride, incoltivabili, prive d’acqua, infestate dalla malaria, con un paesaggio e una natura accesa, violenta, pur nella sua austera e struggente bellezza, una natura “nemica”, che è una sfida all’ambiente e all’uomo. Occorre una pazienza infinita e una volontà senza limiti per ricavarne qualcosa di utile e di concreto, occorre essere “formiche”, lavoratori integrali, altro che meridionali sfaticati!

A Martano, nella piccola patria di Luceri, più della metà della popolazione parla ancora il “griko” (la lingua originaria dei loro avi) con tutte le sue antichissime tradizioni orali, i morolaja (lamenti funebri), i canti d’amore durante la lavorazione del tabacco, le pizziche e le tarantate delle donne che ballano per giorni e giorni alla musica del tamburello e degli organetti, danze che oggi connotano l’anima salentina, ne costituiscono l’essenza e il battito del cuore. Tutte queste cose, voci, odori, suoni, sapori, immagini saranno incise in modo radicale, permanente, definitivo, ossessivo nella memoria e nell’anima del ragazzo, e costituiranno il materiale combustibile della sua poetica di pittore, che inizia prestissimo la sua avventura, a diciassette anni, presso l’Accademia di San Giacomo a Roma, a due passi da via Margutta, dov’era il famoso Gruppo d’avanguardia. E nel suo primo periodo artistico degno di rilievo (fine anni ’60, inizio 70), le donne della sua infanzia, trasfigurate poeticamente, avranno un ruolo primario, decisivo della sua arte. Anzi, sembra per lui esistere solo la figura femminile, il modello di donna salentina, che è prefica, profetessa, madre, strega, amante. Ecco che la vediamo ora sotto  forma di ambigua Sibilla, con uccelli blu, simboli di oscure profezie, oppure ancella di pace, con colombe tra le mani, o pregna, nella maternità sofferta e quasi messianica, o nella sua prepotente femminilità piena di fascino quasi orientale, nella sua nudità, carnalità, splendida e sensuale come nelle “notti d’estate”, “notti veneziane”, e nella straordinaria “figura con altalena” in cui si assiste (ma vale nella generalità delle sue donne) ad un vero e  proprio trionfo del colore in chiave espressionistica.

Sono evidentissimi i tributi, oserei dire in certi casi le citazioni, a Picasso, alle Demoiselle d’Avignon, ma anche a Enson, Munch, Nolde, Braque, Chagall, Schiele, Soffici, Carrà e a tanti altri pittori della sua formazione, a partire dagli impressionisti che, come scrive Balsebre, hanno gettato i presupposti per tutta l’arte attuale. Ma Luceri, fin da allora, ha una sua cifra stilistica, ha una sua via da seguire, ha una sua espressione linguistica, dipinge con forza, sentimento, fantasia, inventa forme, ha qualcosa da dire di appassionato, di poetico, di umano e lo scrive di suo pugno (“Il pittore lavora con i propri colori e con il suo cuore, e con la sua fantasia”), con una calligrafia bella, nitida, precisa, tonda, che è già una dichiarazione d’intenti che si rifà a circa quarant’anni fa, quando era ancora un (relativo) figuratista che flirtava con l’informale. Basta guardare “l’oliveto” e lo stesso “figura con altalena”per capirlo.

 

Luceri e il colore

Oggi, il maestro Luceri ha quasi settant’anni e la sua arte è conosciuta da tutti, tutti sanno che la sua arte è …colore che diviene un tutto, un unicum, materiale e spirituale, un anelito di libertà, una riflessione, un desiderio di comunicazione, forse una decifrazione del mistero dell’esistenza, una rivelazione d’anima. Il colore per lui è pensiero, è vita, si svincola, si libera, respira, s’aggruma, s’addensa, si frammenta, si squama, si fa traccia, pelle, essenza della carne, del legno, della vegetazione, che emettono tutte le vibrazioni possibili; manifestazione di materia, radiosità solare, risonanza, costruzione di un progetto senza limiti. Il colore manifesta la sua grande forza, la sua connessione, il suo dinamismo autonomo che sfugge i dettati, i teoremi, le regole, è pura intuizione, illuminazione, modus di una scrittura che non è solo visiva ma musicale, che ha ritmi, vibrazioni, improvvisazioni, una tessitura poetica oltrechè  pittorica, che ha una radice segreta, una ragion d’essere legata a memorie antichissime, ancestrali, all’uomo di amigdala di Casarano,alle grotte di Porto Badisco, o ancora più remote, ai dinosauri di Altamura, e ai cieli della Puglia che sono pieni di armonie misteriose e di una luce incredibile, chiarissima, che è fatta di lirici sguardi.

 

Post-post-post

Lo sguardo di Antonio Luceri negli anni della sua  formazione artistica, a Roma, si era già posato sull’astrattismo informale del Gruppo degli Otto con Birolli, Borlotti, Turcato e soprattutto Afro, molto lirico, individualista, pieno di ricordi, suggestioni, ma anche di solennità e una spiritualità quasi religiosa, conosceva Bacon con i suoi carichi di angoscia esistenziale, De Kooning con la sua visione della realtà libera delle costrizioni dei contorni e delle forme, Francis con la sua vibrante intensità quasi ipnotica, mistica, le lacrime dolci di Mathieu, e poi Richter con il suo gesto energico, alla ricerca di un nuovo linguaggio visivo, per cui l’arte deve diventare l’espressione suprema della verità. Seguiva (e la continua) la ricerca tecnica e stilistica di Vedova con i suoi scarabocchi dell’anima in cui cercava di tradurre in immagini l’armonia misteriosa della sua anima.

Con il tempo, Luceri assimila tutti questi insegnamenti, tutte le tecniche pittoriche possibili, post cubista sospeso tra il lutto e la gioia, immerso negli spigoli e nel fogliame picassiano; post impressionista, tra lo strepito di simpatie appassite cezanniane per gli azzurri pieni e intensi dei celi mediterranei, e il silenzio chiaro e quasi astratto delle ninfee di Monet. Ed io l’osservo, lo seguo, Luceri, passo passo, e lo vedo rapito dalla sua fantasia post espressionista, e talora mi sembra  sospeso tra il nero spirituale esistenzialista di Rouault – che richiama le sue terre avare – e quei celi macellati di bodiniana memoria che gravano sui carrettieri che vanno verso il “Capo”; e poi, man mano, lo vedo farsi surreale, angosciato, violento con se stesso, incazzato, ribelle a tutto e a tutti, fin quando il suo maestro spirituale non gli insegna a cercare dentro di sé, dove le immagini sono ancora radicate alle loro origini oscure, alla loro sincerità inconsapevole, e allora ricupera la sua identità artistica e la sua vera vocazione, che è quella informare, l’astrazione pura, s’impossessa dell’invisibile e del non udibile mediante colori irreali che provengono dall’inconscio, o forse dal futuro, dal gran fuoco di artificio che faranno la terra e gli altri pianeti tra un milione di anni, quando esploderanno, o forse sono esplosi e non ce ne siamo acorti.

Guardo, spio Antonio Luceri mentre fa una conversione verso l’inconsueto e l’inquietante, salti nel buio della coscienza per illuminare la sua terra amata, la Grecìa salentina, che ritroviamo incarnata nella gente comune, nel mondo contadino dei traineri, dei cazzatori e dei, carcaruli dei suonatori di organetto diatonico, dei cantori della Passione di Cristo, ma soprattutto nelle sue donne fasciate di silenzi, entro limiti chiusi,che lui ha immortalato in modo sublime con le loro grida, i loro pianti, le loro profezie, con la bocca aperta come una voragine, una vulva stilizzata profonda e sensuale, creature scavate fino alla radice del loro essere, che sognano l’estate e l’amore, distese sotto la luna.

Memorie dell’infanzia, emozioni vivide, partecipazione al dolore e alla speranza della sua gente, in un progetto di stile dichiaratamente postcubista che ormai appartiene al passato, in cui era giovane, ambizioso, elegante, pieno di talento e di fascino ed era pieno di sicurezze, certo che la sua arte si sarebbe imposta dopo i duri lavori e i faticosi studi, la rassegna dei maestri che lo avevano guidato, gli esempi illustri, i grandi classici, i fari dell’arte moderna, dagli impressionisti fino a Duchamp, il grande “bestemmiatore”, il grande “criminale” che con il suo orinatoio aveva affossato tutta l’arte classica, frantumato tutte le regole e i suoi principi.

Ma ora anche Antonio non ha più alcuna certezza, è pieno di inquietudini, non cerca più di fare quadri ma di scrivere brani della sua vita, è uno specchio, è una notte, è come un bambino che ha paura del buio, ma è anche una tigre che soffre dietro le sbarre. La sua arte rimane ancora in scia a Kandisky, alla sua musica blu, alle sue gialle e rosse trombe squillanti, ma anche ai violini chiari di Klee, agli alberi-mondo di Mondrian. Ma la sua pittura è e rimane solo quella del cuore, dei ricordi ancestrali, per sempre legata alla sua terra d’origine, è piena di volti, suoni, immagini, memorie colorate, “memorie del sud”, graffiti dell’anima che si compenetrano e si fondono ora nella poesia del colore. In fondo, che cos’è un quadro se non una poesia colorata?, aveva detto Aligi Sassu.

 

Luceri e il Salento

Se n’era andato dalla sua Martano ch’era appena ragazzo, nel 1952. Aveva salutato i cazzatori (gli spaccapietre) che per tutti il giorno frantumavano grandi massi per far la breccia che serviva a spianare le strade, e mesciu Pati de li traìni, il costruttore dei tràini che percorrevano le strade sterrate della provincia di Lecce: aveva detto ciao ai caracruli,  colore che berciavano le fascine accatastate nei furnieddhi, specie di trulli o nuraghi a uso depositi; aveva abbracciato la schiera di donne, le stiare (streghe), le tarantate e le chiangimorti  (prefiche) che cuntavano (parlottavano tra loro) sulla soglia di casa, o cantavano nei campi di tabacco (ce n’era una giovane, bellissima, immortalata da Alan Lomax in “Salento”), che tornano spesso nella sua pittura anche oggi come simboli, emblemi, prefigurazione di sogni o incubi che dettano le linee del tuo destino, maschere di grande espressività drammatica, e se n’era venuto a Roma, con la sua fatica di vivere, il suo ingenuo stupore, le sue speranze; aveva lavorato duramente facendo mille mestieri, e quando aveva cominciato a dipingere non sapeva ancora che aveva inscritte nella mente le le grandi macchie di colore della sua terra, già descritta da Gino Gabrieli, lo scopritore del paesaggio metafisico salentino, i cieli, le notti, i tramonti e i mari di Nino Della Notte, il fauvista salentino per eccellenza, la tessitura pittorica raffinata che cerca la perfezione degli spazi, l’equilibro delle masse, la nitidezza delle forme geometriche di Lino Suppressa.

Luceri non conosceva quei padri-maestri della sua terra, scarsamente reclamizzati, ma cercava inconsciamente le sue radici, e faceva esplodere la sua fame e la sua sete d’amore, sogno e nostalgia in una serie irrelate di emozioni, angosce, malinconie, idee che aggredivano la tela e vi si fissavano in modo caotico nervoso e piene di dinamismo interiore, erano battiti d’ali e gridi, atmosfere visionarie, fortemente espressionistiche, liriche. << Ha cercato sempre – dirà il maestro Vittorio Balsebre un punto di equilibro, una presa di posizione geometrica, una scomposizione dei piani, un ribaltamento della prospettiva scientifica e fotografica per una accettazione dello spazio in senso ideale, da lui stesso creato, un senso straordinario in lui del colore usato in modo timbrico, spesso con predominanza dei contrasti simultanei, con toni violenti, in senso espressionistico >>.

 

La disillusione

Luceri è finalmente tornato nella sua piccola patrie (siamo negli anni ’70), dopo il kitsch consumistico, il caos devastante degli anni di piombo che sparge disordine,insicurezza, inquietudine , angoscia. È tornato a rivedere l’innocenza della sua infanzia, del suo mondo antico, un mormorio sognante, quella luce chiara che assume l’aspetto di un bagliore o addirittura di una teofania, di un’apparizione del divino attraverso la luce. Tutto gli sembra sublimato dal colore e dalla luce, ma ben presto si accorge che quella terra reca ancora le sue ferite, le sue crocifissioni, miserie, sudori, abbandoni, arretratezze culturali endemiche, e capisce che per lui non vi sono speranze di futuro. È un contraccolpo terribile. Ne rimane fortemente disilluso, angosciato,non si sente compreso, si sente estraneo fra la sua gente, entra in  crisi, esprime una sofferenza morale profonda, si sente chiuso, prigioniero tra i suoi muri, e cerca la libertà in modo ossessivo, drammatico cerca di aprirsi una nuova coscienza artistica e umana, annienta le cose concrete, riempie gli spazi con le armonie irreali, con l’assenza, con il nulla, e rivela la teoria dei cromatismi sulle tele che diventano musica dilacerante, squilli di tromba, o ferite di violini, drammi lirici, o sinfonie assolute, momenti de tensione, silenzi paurosi, pause tra uno slancio verso l’infinito e il baratro dell’agonia.

La sua pittura si fa sempre più sua, riconoscibile, personalissima, originalissima, i bianchi irrelati, in successione, che si inseguono e sembrano quei primi mattini del mondo del Salento primordiale, che entrano nelle “memorie del sud” con le distese sconfinate dei rossi intensi che bruciano le passioni, le inquietudini, i tormenti e gli inferni, fasce attraversate dai gialli luminosissimi e pieni di energia, con quelle sacche di blu profondi che trasmettono il senso di drammaticità e di tristezza struggente, il silenzio tragico del nero,in nulla senza possibilità, come la morte del nulla dopo che il sole si è spento, come un eterno silenzio senza futuro e senza speranza che risuona dentro di noi, soprattutto nell’artista che vive di intensità e ipersensibilità…quel nero luttuoso, quel pianoforte dalle molte corde, dai molti tasti che fanno vibrare l’anima, come disse Kandisnski, con straordinaria potenza emotiva nella sua lucida e talora spietata esecuzione, e ciò non è casuale…

Nulla è casuale in Luceri, scrive Toti Carpentieri-. Egli raggiunge un equilibrio formale che  <<è indice di capacità linguistica ed espressiva, perfezione stilistica, ma anche ricchezza di idee, intuizione suprema, espressività lirica in un crescendo di risonanze infinite >>.

Ed ecco il cembalo squillante autunnale dei giallo, la forza esplosiva del rosso, i bianchi splendenti, i blu mentalis che  navigano per gli iperspazi, i rossi carichi di febbre e di passione e i gialli, che aprono spazi di luce d’oro e di memorie. Tutto ciò costituisce oggi l’essenza della sua arte, che si fa cronaca, che si fa denuncia, o profezia. Annuncia ciò che è tardi per recuperare, ciò che c’era una volta e non esiste più, un linguaggio fatto nient’altro che di battiti, intuizioni, modulazioni di frequenze colorate che vanno verso il futuro,che si fanno messaggeri e specchi irriflessi, invisibili cenere stellare che porta il dolore antico del tempo via via, verso le frontiere meno conosciute e più disabilitate dell’universo di cui si nutre la sua pittura. Il tutto con modalità e formule proprie: un mosaico, una tessitura, una trama che si fanno racconto di un’esistenza.

Ed egli ci offre la chiave per scoprire la sua visione della realtà, libera dalle costrizioni dei contorni e delle forme. Guardate a lungo il quadro, poi chiudete gli occhi e ripensatelo così, facendo cantare dentro di voi i colori, ascoltandone i suoni e le voci, i profumi. Vedrete che i suoni segni informali, così vibranti, così ricchi di toni e di sfumature, così pieni di forza, così profondi e incisivi, che ci invitano ad entrare nel suo cuore, a condividere le emozioni, le pulsioni, le gioie, le angosce, i desideri più intimi e le passioni più profonde, daranno una risposta.

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