Giovanni De Stefano

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Giovanni De Stefano

L’Osservatorio  20centesimi, 07 aprile 2011

L’anomala e geniale gestione degli spazi nelle esposizioni delle opere del pittore salentino

La mostra in progresso di Antonio  Luceri

di Giovanni De Stefano

 

Ci si presenta cosi,Antonio Luceri, sbraitando al cellulare, su e giù per le due gallerie del chiostro degli ex teatini che ospitano la sua ultima antologica. Tutto indraffato, si move da una parte all’altra  della mostra sua stessa con l’irruenza e la velocità non dico di un curatore  alle prese con gli ultimi momenti fatidici di un  allestimento, ma addirittura un semplice manovale, che deve rispettare un ordine imposto dall’alto. Un piano alto che si chieama,con tutta probabilità, ispirazione. Ci chiediamo se sia veramente lui fino a che non ci accorgiamo che, invece, di star lì solo a raddrizzare cornici, ha appena prodotto un piccolo, grande dettaglio rivelatore. Deve aver notato qualcosa che non andava dietro  a un dipinto astratto, giusto alle spalle della sua fidata assistente. Allora, anche se il pubblico è presente – e non tutti sono spaparanzati come noi,a sogniare sulle poltrone fortuitamente posizionate davanti  al più bel quadro  ai teatini: “Porta dell’Est “, ma sono molto più presenti a se stessi – prende un pennello e corregge quello che non andava, direttamente sulla tela. Deve essere a quel punto che il suo Marcel Duchamp interiore, da qualche parte nel suo corpo o nella sua mente, gli conferma che l’opera in questione è, infine finita. Questi incontri sono magici. E’ un po’ come  succede in certe scene della Recherche in cui Prous deve riconoscere, quasi suo magrado, solo nell’ultimo candidato plausibile al ruolo di grande artista (il noioso Berbotte per la letteratura o lo snobissimo Vinteuil per la musica), il maestro di cui tante volte aveva sentito parlare.

Anche se Antonio Luceri è uno dei più grandi pittori nati nel Salento e che, per giunta, continuano ad abitare nel Salento, non è che gli abbiano dato le chiavi di San Francesco della Scarpa (sempre più la Gare d’Orsay leccese),per esporre la sua ultima antologica , intitulata “La Figura il Gesto il Segno il Colore”. Anzi, se è per questo non hanno concesso neanche il Carlo V (che sembra invece essere diventato un po’il nostro Louvre) a questo transavanguardista  anomalo. Che di transavanguardistico ha la capacità di aver attraversato con scioltezz, dal’1975 ad oggi, quasi tutti i grandi movimenti e le tendenze artistiche del’900 e di averli fusi e poi riutilizzati in uno stile ormai tutto suo, che non somiglia più solo a una somma delle sue parti, ma a un valore aggiunto stilistico fatto anche, e soprattuto negli ultimi lavori, di autocitazionee e di rappresentazione di un territorio. E che  di anomalo  ha tutto il resto, a partire dal modo fisico e teatrale con cui gestisce gli spazi espositivi della mostra, giorno dopo giorno. Peccato, davvero, per lo spazio.                                Antonio Luceri , in quanto contemporaneo e per giunta nostrano, meritava tanto di più di un rispetto a un russo naturalizzato francese come Chagall, se non altro perchè disponibile al publico solo sottoforma di stampe (e per giunta  riproposte pari pari da un’altra mostra, lucchese, di quattro anni fa). Fortuna che Luceri è un genio, e quello spazio se lo gestisce a modo suo, vincendo due o tre regole non scritte ma insormontabili delle mostre locali salentine – o, almeno, due o tre regole che  conoscono troppo poche eccezioni-  e che sono : essere artisticamente preparati e colti significa ignorare il proprio territorio; non bisogna mai presenziare alle proprie mostre, al di fuori del giorno del vernissage; bisogna tirarsela  un casino e possibilmente essere domiciliati a Milano. Antonio è stato amico e allievo di Leandro, di De Chirico, di Carla Accardi. Eppure è talmente presente alla mostra dei teatini che sembra quasi un venditori di Herbalife a  un meeting settimanale. Con la differenza che non ti rivolge mai la parola se tu non sei il primo a porre domande. E che, anche se lo chiami maestro, ti guarda un po’ fra l’incuriosito e il divertito, come a sottindere: “Ma ce l’avrà veramente con me, quistu quai?”.                                                                        

La mostra dei Teatini è da visitare anche non solo perchè espone opere d’arte intrerssanti e di valore (e nobilita un luogo altrimenti destinato solo agli assurdamente numerosi uffici dell’Assessorato alla Cultura), ma anche perchè è un work in progress come lo sono le locande in cui l’oste non smette un attimo di entrare e uscire dalla cucina per vedere le facce ci chi mangia coi suoi occhi.

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