Francesco Pallara

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Francesco Pallara

MONOGRAFIA DI ANTONIO LUCERI – LALLI EDITORE*

Luceri misterioso e solitario e un Castello del Trecento sono una sapiente colleganza di stravaganze. Una fuga da Roma che lo ha visto nascere pittore, un arrivo in una landa del Sud, in un paese di un migliaio di anime, per sfuggire ad una società in cui siamo calati tutti in tempi di incertezze, di turbamenti violenti, di contraddizioni, di mode (fino a quando valide?). Di idolatrie consumistiche perché l’uomo già tormentato ha bisogno di ricostruire intorno un habitat, un’atmosfera di serenità, di silenziosi rapporti, tattili con la natura. Ed ecco la messa in scena perché in parte si possa escludere il modo da se stessi.

Ma tutto si risolve proprio lì, appena dietro le quinte dove Luceri lo ritrovi uomo vero senza artefazioni, con una sensibilità acuta ed introversa, con i tormenti e grovigli, dell’uomo 2000, complicato forse, esasperato, certo deciso a chiarirsi.

Allora come un Teseo si inoltra nel labirinto della sua anima a scovare il “Mostro” della propria inquietudine, per esteriorizzarlo e liberarsi, ma lasciando dietro di sé, come guida al cammino percorso, il filo di Arianna delle sue tele. E la ricerca pittorica dilata in una problematica sociale in cui campeggiano essenzialmente e incise nel contorno le sue figure. Si stagliano sul colore queste figure, scolpite sulla massa compatta che fa da sfondo, quasi un blocco da cui balzano fuori, ii particolari a volte fortemente zummati, evidenziati. Bianchi violenti, azzurri intensi, rossi solari spiegano esperienze coloristiche nuove e personali.

Le figure plasticamente ripiegate su se stesse, angolosi i visi, esplode un fiore sul petto come una ferita. Donne rosse, blu, verdi e nude, esasperate nell’espressione estatiche poggiano su banchi di colore e visi ombra, visi sincopati, visi a metà pronti a rivelarsi a ridare il cumulo di ansie, di contraddizioni che le tengono lì inchiodate in un “momento” difficile e feroce come una maledizione.

La loro maledizione è che a modellarle sia la mano aspra di Luceri, tormentato anche lui, inchiodato anche lui, maledetto anche lui. Gli occhi del Cristo si perdono nel tempo malinconici, umili guardano misteriosi futuri, altri Calvari, senza un’ansia di speranza, affacciato alla tela il capo poggia su una frattura di colore, e rigagnoli inesauribili sgorgano sangue.

Intorno al capo non più le spine, ma una corona di incubi, di paure, di sofferenze: è il ritratto di Luceri, la sua confessione, il suo attimo di umanità più profondo ed intenso. Gli occhi del Cristo continuano a guardare, occhi senza tempo, che non guardano nessuno. “Senza tempo”, come il pazzo, senza tempo come “I Cantastorie” sono gli occhi già lucidi di morte, orridi e cerei, il vino nel bicchiere non sarà più versato.

Così Luceri crea la sua pittura, artista acre e moderno, racconta le storie difficili dei nostri giorni attraverso i suoi personaggi pregni di umanità e di fronte ai quali siamo chiamati dall’artista come per una provocazione.

Francesco Pallara

 

* STAMPATA IL 1976.

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